di Davide Simone

Pericoloso
Inutile
Iniquo

Con questi tre aggettivi potremmo definire il cosiddetto “Muslim ban” voluto dal neopresidente statunitense, ben diverso e ben più radicale, nella forma e nella sostanza, dal bando obamiano nei confronti dei rifugiati iracheni del 2011.
Pericoloso: perché contribuisce ad appannare l’immagine degli USA (e dell’Occidente) e ad alimentare l’odio verso di essi.
Inutile: perché terroristi e sabotatori non arrivano negli USA o in Occidente soltanto per via aerea e non soltanto dai paesi contemplati nel bando.
Iniquo: perché colpisce chiunque abbia un passaporto iraniano, iracheno, libico, somalo, sudanese, siriano e yemenita, come se far parte di queste nazioni fosse, “sic et simpliciter”, una colpa.
Il “Muslim ban” non è, ad ogni modo, l’unica e la sola misura restrittiva e punitiva verso un popolo, in quanto tale. Ad oggi, infatti, ben 16 paesi, quasi tutti a maggioranza musulmana e alcuni dei quali colpiti dal dispositivo di Trump o, paradossalmente, fedeli alleati degli USA, vietano l’ingresso ai cittadini di nazionalità israeliana. Questi paesi sono: Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Malasya, Oman, Pakistan, Siria, Sudan, Yemen.
Tuttavia, se il “Muslim ban” ha scatenato (giustamente) la riprovazione collettiva, altrettanto non si potrà dire di questa forma di apartheid, continuo e permanente, contro ebrei ed israeliani, quasi vi fosse una sorta di schizofrenia etica e morale nell’approccio alla questione dei diritti umani e civili.
È bene ricordare, ancora, che solo due dei 22 Paesi della Lega Araba riconoscono ufficialmente Israele, Stato libero e democratico che peraltro fu attaccato militarmente, per la prima volta di un lunghissimo elenco, il giorno dopo la sua dichiarazione di indipendenza. I Paesi che rifiutano di allacciare relazioni ufficiali con Israele sono, in tutto, 36.

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