STORIA DI UN’ALTRA GRAN BRETAGNA SETTECENTESCA

di Marco Fermani

A lungo stretto tra una filosofia della storia liberale-progressista e la letteratura romantica sui vinti, lo studio del movimento giacobita offre oggi, anche a livello accademico, nuovi e interessanti motivi di approfondimento, evidenziando una natura complessa.

Introduzione

maria-beatrice-d%27esteTra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90 si é assistito ad un revival degli studi storici sul giacobitismo, il movimento politico dei fedeli della dinastia Stuart dopo la “Glorious Revolution”, a lungo relegato a soggetto di ricostruzioni romantico-letterarie, già vive nel Settecento e poi riprese il secolo successivo a seguito del “Waverley” di Walter Scott. In esse in particolare le rivolte dei clansmen scozzesi avevano, come hanno tuttora, i contorni dell’epopea.
Ora matura tuttavia l’approfondimento del tema della persistenza del lealismo giacobita tra i tories della prima metà del secolo e della questione dinastica fino ad almeno alla morte del Vecchio Pretendente Giacomo III Edoardo Stuart nel 1766.
Ma, più ancora, gli studi hanno evidenziato l’articolazione del sostegno nobiliare, ecclesiastico, popolare verso il giacobitismo, sia tra le comunità religiose sia tra le diverse regioni dell’attuale Regno Unito. Si é giunti a cercare di ricostruire più accuratamente ideologia, forme associative, mezzi di propaganda e azione diretta.
Ciò é stato possibile per la messa in discussione di alcuni capisaldi del filone canonico della storia britannica, forgiato sulla teoria politica di Locke, sulla proposizione di un sistema giuridico “vestito su Montesquieu” da parte di William Blackstone, sulle concezioni di Gibbon e Henry Fielding e sulle grandi storie liberali di Thomas Macaulay e G.M. Trevelyan.
Modello di una Gran Bretagna campione del protestantesimo e della libertà, perciò insulare e alternativa all’autoritarismo continentale, imperiale perché socialmente più avanzata. In questo quadro le opposizioni territoriali, ideologiche, religiose perdevano la loro dignità storica e morale, venendo ricondotte a cascami nostalgici di vecchi passaggi storici superati.
La Gran Bretagna settecentesca aveva già realizzato questo modello di Stato moderno e la rivoluzione capitalistica?
Oggi ne riconosciamo la sua natura di fenomeno tendenziale piuttosto che affermarne la compiutezza e lo stesso E.P. Thompson, da sinistra e studiando il retroterra sociale a livello locale di provvedimenti repressivi draconiani, ha fatto emergere la fitta rete clientelare e di rapporti personali e familiari nella gestione effettiva del potere, rete più vicina alla realtà oligarchica dell’antico regime di quanto non si pensasse. Ed é infatti all’interno di questa incompiutezza, di questa transizione che forse anche il “secolo giacobita” trova le sue ragioni e il suo senso.
Si parla di “secolo giacobita” per l’epoca in cui é il giacobitismo a incarnare l’opposizione al governo vigente e sovente a costringerlo a compromessi.
Le periodizzazioni hanno sempre carattere interpretativo; in un senso dinastico si é avanzata l’idea di farlo iniziare con l’ascesa al trono di Giacomo I (e VI di Scozia), nel 1603, e farlo finire con la morte del Cardinale Enrico Benedetto di York nel 1807. Ciò perché il primo fece una nota dichiarazione di fede nel diritto divino dei sovrani: tuttavia ciò é senz’altro almeno parziale, insufficiente, talora fuorviante.
Quasi tutti hanno visto infatti il giacobitismo come l’opposizione al 1688 e, tanto che si preferisca focalizzare l’analisi sul movimento e le sue sollevazioni (e in tal caso esso finisce con il 1746 e la sconfitta di Culloden Moor), quanto si preferisca valutarlo in termini più ampi, l’inizio non può in realtà che essere questo.
Noi preferiamo porre la fine del “secolo giacobita” con gli anni Sessanta e per motivi che cercheremo di mettere in luce più oltre.

La controrivoluzione in Irlanda e Scozia (1689-91) e la prima fase del giacobitismo

Sbarcato Guglielmo III d’Orange a Torbay il 5 novembre 1688 su richiesta della maggioranza dei “Lords spiritual and temporal” e dei Comuni, Giacomo II restò una trentina di giorni indeciso sul da farsi, per poi rifugiarsi in Francia e far sì che la rivoluzione avesse la meglio con poca e isolata resistenza. Restavano però in discussione il Regno di Scozia, che avrebbe dovuto stabilire autonomamente il proprio destino, e quello d’Irlanda, che era parte di quello d’Inghilterra fin dai tempi di Cromwell, ma in cui i cattolici erano il 75% della popolazione.
A Edimburgo il confronto tra presbiteriani ed episcopali era stato a lungo vivo, ma ora la debolezza di Giacomo prima e un successivo messaggio poi alla Convenzione (il Parlamento) scritto in termini fin troppo perentori, volsero l’assemblea e i Lords verso il “whiggism” e l’accettazione nel marzo 1689 della successione di Guglielmo d’Orange e di Maria II, figlia di Giacomo, protestante e moglie del primo.
Il conte di Balcarran, luogotenente civile, e John Graham visconte di Dundee, comandante militare, cattolico, dovevano quindi imporsi con le poche forze disponibili per riaffermare il regno di Giacomo.
Provenienti dai clan Macdonald, MacDonnel, MacLean, ma soprattutto dai Cameron, i 4000 uomini guerreggiarono per alcuni mesi contro l’orangista McKay, nettamente travolto nella battaglia di Killenkrakie del luglio 1689. Tuttavia Dundee morì nello scontro e il successivo 21 agosto fallì un importante assalto a Danskeld. Privi di collegamenti con gli irlandesi, i clans si dispersero quindi rapidamente.
Nel frattempo i giacobiti erano sbarcati in Irlanda fin dal marzo 1689 e in poche settimane entrati a Dublino; tuttavia l’indispensabile controllo delle contee dell’Ulster non fu mai completo, nonostante un sanguinoso e lunghissimo assedio di Derry.
Se le rivalità tra i clans avevano frenato le operazioni in Scozia, qui fu la divisione tra inglesi e anglo-irlandesi da una parte, che consideravano l’azione solo preparatoria dell’invasione dell’Inghilterra, e degli irlandesi veri e propri, che avrebbero ben visto un regno indipendente.
Nel giugno 1690 Guglielmo sbarcò in Ulster, il 1 luglio affrontando il duca di Tyrconnel e il conte di Lucan alla battaglia di Boyne; nella letteratura protestante essa ha assunto significato di scontro decisivo, benché il successivo 7 agosto l’assedio di Limerick sia altrettanto importante, anche per la morte di Lucan. Ancora fino alla fine dell’anno gli irlandesi conservarono Connaught e la parte ovest di Munster, ma i francesi dell’esercito giacobita negarono la possibilità di mantenere una linea di difesa in profondità e si reimbarcarono, come del resto Giacomo II.
L’accusa di codardia fu tale da non poter essere mai superata tra gli irlandesi, che da allora restarono giacobiti, ma indisponibili a passare all’azione. Quelli che desideravano combattere esularono per andare a costituire la famosa e spesso gloriosa Irish Brigade dell’esercito francese o a ingrossare le fila dell’esercito spagnolo borbonico, dopo la battaglia di Aughrein del 16 luglio 1691.
L’alleanza restò però stabile con Luigi XIV, che molto generosamente ospitò gli esuli e a lungo pianificò l’invasione delle isole britanniche; del resto uomini politici e militari restarono in contatto con la Corte in esilio a Saint-Germain-Laye.
Ma spesso le avverse condizioni del mare e la guardia efficace della Royal Navy, resero vani i propositi: nel 1692 l’ammiraglio Turville fu sconfitto tra Barfleu e La Hogue; nel 1695 la flotta del duca di Berwick (figlio naturale di Giacomo II) rinunciò a sbarcare; nel febbraio 1708 l’ammiraglio Forbin e il conte de Gace furono bloccati dall’Ammiraglio Byng al Firth of Forth e tornarono indietro; l’anno successivo fu Berwick a tentare di giungere alla costa ovest, sperando che l’abortita sollevazione dell’anno prima potesse essere riaccesa.
cardinale-di-yorkLa mancanza di coordinamento da parte della Corte in esilio, la superiorità manifestata dai governativi nelle attività spionistiche, lo zelo carente dei ministri e militari francesi furono leit-motiv ricorrenti.
Nel frattempo la rivoluzione si era consolidata. Furono soppressi gli atti di indulgenza verso cattolici e dissenters radicali, contro i quali vennero anzi rimesse in vigore le Penal Laws del Lungo Parlamento degli anni ’40, seppure con applicazione discrezionale e politicamente orientata a favorire che i più influenti fossero disposti a sostenere il governo e trascinassero la parte della popolazione a loro legata verso il sostegno al governo (caso tipico l’Irlanda e parte della Scozia e del Galles); nell’ideologia wigh anzi era ora il Parlamento la vera fons honorum e libertà e proprietà le colonne dell’impianto politico britannico.
L’Act of Settlement del 1701 stabilì che il trono sarebbe andato a Giorgio d’Hannover, come parente prossimo protestante, e un apposito Giuramento di fedeltà fu reso obbligatorio per tutti i militari, politici, funzionari, insegnanti ed ecclesiastici.
A conclusione del processo e approfittando dello stato di guerra europea (la guerra di successione austriaca), nel 1707 furono fatti votare ad entrambi i Parlamenti gli Atti di Unione anglo-scozzese. Con essi la maggioranza intese da un lato consolidare il proprio potere nei confronti della Corona e dall’altro sottrarre la carta della autonomia scozzese, soprattutto alla Francia. Votati a maggioranza, essi si situavamo in un clima di crisi economica e del primo grande scandalo finanziario, nel quale molti erano rimasti coinvolti. Non é un caso che la maggior parte degli articoli riguardasse clausole economiche e promesse di investimenti. La Scozia non condivise questo provvedimento, al punto che anche i presbiteriani liberali erano furiosi. Il nuovo pretendente e figlio di Giacomo II, Giacomo Edoardo, inviò il Colonnello Nathaniel Hawke in missione segreta, al termine della quale trasmise illusorie speranze ai giacobiti sullo stato d’animo del paese; é questo il retroterra del tentativo di invasione del 1708 di cui si é parlato più sopra.
Fu una occasione persa, perché gli inglesi poterono sottrarre le forze in Scozia verso le Fiandre e consentire a Marlborough di vincere ad Oudenarde nel luglio 1708. La insurrezione del 1708 non avvenne mai, perché l’ostilità al governo non significava anticipare ma piuttosto seguire uno sbarco francese nelle isole. E’ significativo peraltro che Parigi già allora intendeva porre Giacomo sul trono della sola Scozia, lasciando il subentro alla regina Anna a Londra solo alla sua morte.
Religione, nazionalità, Giacobitismo
Abbiamo visto lo stretto legame tra giacobitismo e cattolicesimo nel caso irlandese e le ragioni per cui esso non divenne però un movimento operativo o una preoccupazione per Londra; parzialmente analogo potrebbe essere il discorso per il il Lancashire, il Tyneside e parte del Galles, ma l’equazione giacobitismo=papismo non può essere storicamente presa sul serio, nonostante la propaganda whig l’abbia sempre agitata e i suoi epigoni ripresa.
Più numericamente importante fu del resto il giacobitismo in campo anglicano, sebbene limitatamente alla corrente cosiddetta della High Church e a coloro, i non jurors, che rifiutarono di ottemperare allo Oath of Allegiance del 1689, rinforzato dall’Abjuring Act del 1701 teso a ottenere l’obbedienza del clero all’Act of Settlement. Richard Filmore e Jeremy Collier furono i maggiori esponenti e teorici di quest’ultimo partito, che però fu più una ala radicale del mondo tory che il centro nevralgico dell’elaborazione ideologica e della presenza sociale degli stuardisti.
Furono più condivisi infatti il celebre sermone sulla virtù dell’obbedienza passiva (e implicita condanna della rivoluzione del 1688) di Henry Sacheverell nel 1709 e l’operato del vescovo Francis Atterbury, il cui orgoglio e il coinvolgimento nel 1722 in quello che fu l’ultimo tentativo di abbattere il sistema whig-hannoveriano, a incarnare l’opposizione conservatrice; come forse noto, l’anglicanesimo si declinò storicamente in una Low Church ecclesialmente filopresbiteriana e anticattolica, in una Broad Church di indirizzo che, precorrendo i tempi, potremmo definire vicina al protestantesimo liberale e appunto nella High Church, caratterizzata da deciso episcopalismo e stretto legame con la Corona.
Accusata di essere autoritaria e criptocattolica (ma l’anglocattolicesimo dell’Ottocento e Novecento effettivamente venne dai suoi ambienti e dalla sua concezione della religione), fu nel torysmo ad essa più vicino che il giacobitismo trovò i più leali fautori.
Ma particolare interessante ai nostri fini riveste quello che il McLynn ha efficacemente definito il “mosaico” del giacobitismo scozzese. Fu un misto di convinzioni religiose, nazionalismo favorito dalla originaria provenienza degli Stuart e opposizione al predominio dei Campbell-Argyll da parte di molti clans ed ebbe prevalente natura di reazione difensiva all’ordine del 1688. Sostanzialmente il paese può essere diviso tra il Nord-Est e le Lowlands, la regione peculiare delle Highlands e il Centro e Sud.
L’ultima regione era la più avanzata economicamente, socialmente, a livello di infrastrutture e progressivamente già attratta, politicamente whig e religiosamente presbiteriana, all’influenza di Londra e del nuovo ordine. Se nel 1715 ciò può pienamente dirsi solo per il Sud-ovest e a Glasgow, nel 1745 invece era realtà per tutto il territorio a sud di Aberdeen.
Il Nord-Est scozzese era largamente episcopalista di fronte ai tentativi whig di affermarvi il presbiterianesimo e a rompere il patronato dei nobili sulla società. Il monarchismo nazionale era articolo di fede politica per larga parte della popolazione mentre il sistema feudale consentiva il richiamo per brevi periodi di milizie operative.
L’alleanza tra anglicanesimo e nobiltà fu frutto della Restaurazione del 1660, accanto ad un piccolo gruppo di cattolici nelle Lowlands, e rendeva la regione, più ricca e popolosa, forse per molti aspetti anche più importante delle Highlands per il giacobitismo. Il mondo dei proprietari terrieri e di tutta una società vincolata ad essi da tradizioni e legami feudali e legislativi, visse la rivoluzione come una intrusione inglese, aggravata dalla crisi economica, dalla perdita del mercato francese, dagli effetti negativi che il 1681 Act sui mercati e le manifatture aveva per la sua ispirazione mercantilistico-protezionista.
L’unificazione del mercato britannico, il sostegno alla Compagnia di Scozia, l’istituzione di un ufficio Manifatture, la trasformazione di Glasgow a centro nazionale del mercato del tabacco, introdotti nel 1707, tardarono ad avere i loro benefici effetti e nel 1715 pesava molto di più la nuova tassazione indiretta sul sale e il malto e l’introduzione di un apparato burocratico, scioccante per gli scozzesi abituati a rapporti personali e alla non specializzazione.
il-duca-di-berwickLe Highlands avevano una natura peculiare, che meritatamente é stata oggetto di studio dopo essere stata a lungo un mito caro alla cultura popolare; da sfatare che tutti i clans fossero giacobiti, bastoi pensare ai Campbell-Argyll, ai MacKey e ai Munroe, che erano anzi fieramente whig.
A parte i pochi cattolici, solo i Cameron, gli Appin Stewart e i MacDonald erano episcopali, cioé anglicani; in maggioranza coniugavano il torysmo con il presbiterianesimo.
3 grandi clans, i Campbell, i Gordon e i Mackenzie, e in misura minore gli Atholl e i Tullilardane avevano posizione sociale e politica egemone, ai danni nel nord dei McLeods e a sud-ovest dei McGregor (cui apparteneva l’eroe Rob Roy) e dei McLean. In un quadro di ostilità anti-inglese, si é messa in luce la sovrappopolazione come ausiliaria concausa delle ribellioni, ma la rivalità e l’odio tra i clans e all’interno degli stessi clans fu un motivo ricorrente ed ebbe effetti nel prendere decisioni anche strategiche, restando l’affidabilità non garantita.
Il sistema dei clans non era feudale nel senso cui siamo abituati a concepirlo, perché tutti i rapporti erano legati a patti personali e familiari, o consuetudinari secondo modelli di tipo “tribale”; in realtà il diritto divino dei Re non era inteso tanto in senso patrimoniale, quanto in un senso più propriamente patriarcale, riflesso di ciò che il capoclan era per gli affiliati e fedeli. Si é forse esagerato nel vedere in questo una peculiarità riconducibile al modello sociale e culturale di tipo gaelico, ma é certo che era il duca di Argyll ad imporre progressivamente prima un sistema feudale legalmente fondato e poi a lungo termine ad affermare il predominio di un modello autoritario concretantesi in un governo dei notabili. Da questo punto di vista i clans minori lottarono effettivamente disperatamente per la sopravvivenza di uno stile di vita; mentre nel ’15 i clans furono per lo più giacobiti, l’azione di riforme economiche e decreti di repressione nelle Highlands degli anni successivi rese poi le affiliazioni di partito meno importanti nel ’45.

La prima ondata. The ’15.
La “rivoluzione parlamentare” con cui nel 1710 Anna affidò il governo ai Tories di Richard Harley conte di Oxford, del duca d’Ormonde e del visconte di Boligbroke si presentò come una occasione imperdibile per una riconciliazione tra la regina e Giacomo III, ma quest’ultimo rifiutò di convertirsi all’anglicanesimo e il richiamo nel 1714 del duca di Shrewsbury, un whig, riaprì i giochi.
Ormonde e Bolingbroke andarono in Francia mentre Giorgio I sbarcava nel settembre 1714 sul suolo inglese. Torbidi locali non furono sfruttati nell’autunno 1714, mentre alcuni leader vennero opportunamente chiusi nel castello di Edimburgo o costretti a domicilio coatto, come il duca di Atholl.
L’evidente intenzione di Giorgio di governare solo con i whigs indusse nel marzo 1715 diversi tories ad andare in Francia, dove il morente Luigi XIV cercò ancora di sostenerli.
Avendo rifiutato Marlborough di prendere il comando dei giacobiti, essendo Berwick ormai un Maresciallo di Francia naturalizzato, l’insurrezione del 1715 ebbe una leadership carente, confermando inoltre la mancanza di coordinamento e organizzazione e la cattiva scelta pure dei mesi in cui tentare di portarla a termine. Il duca di Ormonde prese la testa del sud-ovest inglese ma a fine settembre 1715 era già sulla difensiva, anche per il rifiuto dei volontari di quella regione di congiungersi con quelli più a nord delle Lawlands. Furono infine sconfitti dal conte di Derwenwater il 12 novembre a Preston, dopo 3 mesi.
L’epopea però fu incarnata soprattutto dagli uomini di John Erskine conte di Mar, nobile scozzese di lunga data e politicamente piuttosto ambiguo, che assunse la guida nelle Highlands solo il 6 settembre; forte di un massimo di 10000 clansmen a piedi e 1000 a cavallo dei clan Glencarry, McIntosh, Campbell (e il contributo dei proscritti McGregor di Rob Roy, eroe conoscoiuto anche dalla cultura popolare), dopo una prolungata fase stallo, si lasciò indurre a dividere le forze, per poi subire dal duca di Argyll una battaglia d’incontro e in campo aperto a Sheriffsmuir il 13 novembre 1715. La prospettata incoronazione a re di Scozia di Giacomo dovette essere annullata nel gennaio 1716 e, non essendo riuscito a convincere i clan Seaforth e Huntly a riprendere da Perth la lotta, il pretendente dovette reimbarcarsi. Argyll ebbe forze tre volte superiori e fornite di artiglieria per riportare l’ordine.
Ultimo tentativo di Giacomo avrebbe dovuto svolgersi nel marzo 1719, stavolta sotto l’egida spagnola del Cardinale Alberoni, ma le divisioni resero l’impresa vana, dopo che la flotta da sbarco principale era stata distrutta da un fortunale presso Capo Finisterre.

Giacobitismo come partito “Country”
charles-edward-stuart1Sotto i primi due Hannover tutti gli incarichi politici, militari, amministrativi, economico-finanziari furono riservati ai whigs, che consolidarono definitivamente il sistema costituzionale con la durata settennale del Parlamento. Sarebbe lungo e inconseguente qui ricordare quello che fu un periodo d’oro sotto molti aspetti per Londra, il tempo della rivoluzione industriale, del consolidamento di un enorme impero coloniale, della trionfale lotta con la Francia per il dominio dei mari.
Allo stesso tempo la Gran Bretagna whig era, rispetto al’Europa, orgogliosamente insulare sul piano politico, culturale, sociale, economico, militare, religioso.
Il partito whig era “Court”, operava cioè di conserva con due re più attenti ai loro domini tedeschi, cercava di introdurre ed estendere un apparato amministrativo e burocratico, seppure minimale rispetto al continente, imponeva con leggi e decreti provvedimenti di interesse generale e all’occasione repressivi contro la dissidenza, particolarmente in campo sociale. Ma, oggi non possiamo nasconderlo, il sistema politico chiuso favoriva anche le consorterie e le leggi ad hoc, tanto più che gli scandali a tutti livelli rivelavano gli interessi privati della aristocrazia mercantile e finanziaria, più di qualche volta incorrendo nel pubblico discredito.
Alcune categorie pagavano il prezzo più alto:
La gentry e gli squires della provincia erano allora contro le intromissioni degli uffici governativi e – vanificando l’istruzione propria e dei figli – per avere trovato le porte chiuse a qualunque carica.
I lavoratori manuali o gli artigiani subirono la soppressione degli usi civici in nome della pura e piena proprietà della media e grande.
Le condizioni degli operai e dei contadini peggiorarono sia come reddito che come condizioni di lavoro.
Lo stesso ceto delle professioni liberali doveva porsi al seguito di una oligarchia almeno in parte autoreferenziale, con diritti di espressione parlamentare limitati da collegi elettorali ad hoc.
La politica whig sulla Scozia alternò sempre la carota di provvedimenti economici tesi a favorirne l’inclusione nella sfera di sviluppo inglese al bastone della repressione, giunta dopo il 1715 e definitivcamente dopo il 1746 alla proibizione anche degli abiti tradizionali.
Il sistema di strade del generale Wade negli anni ’20 fu importante nel collegare manifatture e commercio con quelli inglesi e imperiali, nel consolidare forze militari e d’ordine come deterrente, nel gradatamente rendere più anacronistico il sistema dei clans e quello feudale tradizionali. E le leggi del 1707 fecero finalmente sentire i loro effetti venti e trenta anni dopo, estendendo l’area della nuova Scozia capitalistica e protagonista anche in campo culturale (si pensi agli economisti e alla scuola filosifica del “senso comune”).
Il partito Court si trovava contrapposto a un partito “Country”, che affermava cioè di corrispondere meglio al paese reale; una terza Gran Bretagna settecentesca fu poi quella che dagli “whig radicali” Toland, Tyndal e Samuel Collins a inizio secolo giunse fino ai Radical Reformers alla fine (e in cui per una filosofia materialista, utilitaristica, razionalistica e libertaria il contrattualismo lockiano assunse contorni repubblicani e democratici).
Ma l’altra Gran Bretagna “Country” fu quella Tory, che per evidenti motivi molto spesso era sovrapponibile a quella giacobita. Questa é acquisizione relativamente recente e non ovvia, visto che spesso fu presentato il giacobitismo come arcipelago talmente proteiforme da dubitare avesse una ideologia o come un anacronismo senza seguaci, se non tra categorie moralmente o socialmente oggetto di discredito.
In realtà nel giacobitismo il diritto divino regio, ereditario e irresistibile é la fonte delle libertà reali, perché frutto della continuità storica britannica e non esito di un ideale contratto tra i cittadini, che il sovrano rispetta solo essendo rappresentante simbolico e capo dell’esecutivo o, come per i radicali, istituzione inutile.
Le libertà non sono revocabili e, se non é consentita la ribellione, la resistenza passiva é consentita, così come quella anche attiva contro i ministri tiranni.
Il re Patriota, così Boligbroke lo appellerà in un suo scritto, non é infatti titolare di un potere arbitrario ma é legato ai giuramenti su Dio e a quello verso il suo popolo per il bene del quale opera, né ha interesse ad operare contro di esso nel suo stesso interesse.
Il sovrano, perché egli é tale e non il Parlamento in nome della Nazione o del Popolo, é anzi il garante che l’aristocrazia liberale (o la democrazia) non degeneri in oligarchia. Si tratta di affermare la continuità e la tradizione piuttosto che la rivoluzione cara ai whigs.
E il mito di un sovrano restauratore dell’onestà sulla corruzione si esprimeva nel costante riferimento al “Re oltre le acque”.
Culturalmente parlando é il giacobitismo frutto di un epoca in cui la ragione é ancora superiore a istinto e sensibilità, l’ordine e la tradizione all’innovazione, é preromanticismo in un quadro saldamente classicistico, ove Orazio e Senofonte ne sono ricorrenti riferimenti.
Sparta vi viene preferita ad Atene, l’austerità all’esibito trionfalismo del lusso delle grandi dimore aristocratiche. Il giacobitismo era, paradossalmente forse per noi oggi, più europeo e meno peculiarmente britannico.
Non é fattibile trarre indicazioni sociologiche sul suo seguito, dato che dalle liste degli eletti ai Comuni la ricerca non ha evidenziato differenze sostanziali di origine tra i partiti. Certo è che il dibattito politico culturale coinvolse tutti i maggiori scrittori britannici e se Swift, Hume e Berkeley, pur critici dei tempi loro, non presero posizione definita, Pope, Samuel Johnson Smolett non negarono il loro giacobitismo contro i liberali Locke, Defoe, Fielding Gibbon e Lawrence Sterne.
L’ultima ondata. The ’45.
james-edward-stuartjpgE’ forse inutile ripercorre nei dettagli l’epopea del principe Carlo Edoardo Stuart, figlio di Giacomo III e che partì con due navi da Nantes insieme a 7 compagni per sbarcare felicemente il 25 luglio 1745. Incontrò i Cameron e i MacDonald, ma stavolta molti clans decisero di “stare alla finestra”; la carenza di denaro e rifornimenti più ancora che altre volte influì pesantemente sulle decisioni. In una prima fase, dall’agosto all’ottobre seguenti, Carlo e il comandante Lord George Murray impegnarono le proprie forze in scontri limitati (all’inizio, il 19 agosto, riuscirono ad avere solo 1300 uomini), conclusi idealmente dalla vittoria di Prestonpan, che vide la rotta dei 3000 inglesi di Sir John Cope e il controllo delle Highlands. Edimburgo fu conquistata, ma il castello resistette fino a novembre.
Il blocco navale, che impedì ogni soccorso e la defezione dei McLeod e dei MacDonald, avrebbero potuto indurre a non spingersi a sud, ma Carlo si convinse che lo slancio dei clansmen avrebbe avuto gli stessi esiti anche in battaglie campali e comunque i rifornimenti erano necessari. Quindi si decise in consiglio di guerra per un voto solo di maggioranza di tentare l’invasione dell’Inghilterra, dove si stava organizzando una controffensiva e il timore di una sconfitta traspariva intanto anche nella stampa popolare.
Dopo scontri minori, però, la battaglia di Derry del 5 dicembre 1745 segnò l’ inizio della ritirata e della seconda fase scozzese della guerra, proseguita con la battaglia di Falkirk del 17 gennaio successivo. Guerra che doveva trovare conclusione nel noto scontro di Culloden Moor del 16 aprile 1746, quando il duca di Cumberland poté scegliere strategicamente il campo di battaglia e imporre la sua superiorità numerica e d’artiglieria.
Il 25 novembre 1759 la battaglia navale di Quiberon Bay, tra il francese conte di Conflans e l’ammiraglio Hawk, pose definitivamente fine ai sogni giacobiti di restaurazione, stavolta prospettati dal Cardinale de Bernis durante la guerra dei 7 anni.

Epilogo
Il processo di anglicizzazione della dinastia, iniziato dal principe Federico di Galles e portato a termine con Giorgio III, nonché il mutamento del contesto europeo e dello sviluppo economico-sociale britannico, finirono per stemperare le divisioni politiche e anche a ridurre le distanze tra le aree del paese. Il dominio whig venne a cadere, i Tories progressivamente ebbero sempre meno ragioni di restare giacobiti e divennero più “whiggish”, gli whigs si divisero tra Old e Young. Un Burke non si rese forse pienamente conto che gli Old Whigs cui si richiamava avrebbero potuto piuttosto dirsi New Tory. Il bipartitismo moderno era nato, sotto l’egida di una concezione del monarca più Country.

Bibliografia

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McLynn, Frank The Jacobites Routlidge Kegan Paul Ltd, London, 1985

Monod, Paul Kleber Jacobitism and the English People 1688-1788 Cambridge University Press, Cambridge, 1989

Morgan, William Thomas The Ministerial Revolution of 1710 in Political Science Quarterly vol.36 N.2 Giugno 1921 pp.184-210

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